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La Lingua

La lingua parlata in queste zone è davvero particolare. Si tratta di un dialetto, esplicitamente detto Dialetto Salentino, che fa parte delle lingue romanze, classificato nel gruppo meridionale estremo come il Siciliano, il Cilentano meridionale e il Calabrese. Nonostante questo la lingua presenta molti tratti comuni con le lingue balcaniche.

Questo dialetto, come alla fine tutti i dialetti, ha assorbito parecchi tratti delle dominazioni dei popoli che si sono stabiliti in questo territorio. I primi a entrare nella penisola salentina furono i messapi, poi in successione i greci, i romani, i bizantini, i longobardi, i normanni, gli albanesi, i francesi, gli spagnoli e in fine gli arabi.
Colui che subisce più la pressione delle lingue dominatrici è il lessico. Il lessico salentino infatti ha preso moltissimi prestiti dalle lingue romanze come lo spagnolo e il francese. Invece, come abbiamo già detto in precedenza, moltissimi elementi sintattici devono essere assolutamente legati al mondo greco e della penisola balcanica. Stiamo parlando ad esempio della perdita parziale dell’infinito e della struttura della frase con particelle sintattiche simili.

Le prime tracce scritte di questo dialetto sono attestate al XI secolo. Si tratta solo di 154 glosse, in caratteri ebraici e oggi contenute in un manoscritto conservato a Parma. I filologi fanno risalire il testo al 1072 e con molta probabilità lo fanno provenire dall’accademia talmudica di Otranto. La lingua che abbiamo trovato all’interno di queste glosse risulta in bilico tra il latino e il volgare e contiene ovviamente parecchi grecismi. Riscontriamo numerosi nomi di piante come la lenticla nigra, la cucuzza longa o cucuzza rutunda… Altre glosse invece spiegano i processi di coltivazione dell’epoca. Documenti ,questi, essenzialmente legati alla coltura della terra.

Il Salentino, dal punto di vista fonetico ha molte affinità non solo con il Calabrese, ma soprattutto con la lingua Siciliana.  Si differenzia stranamente dal resto dei dialetti pugliesi. Un tratto comune tra Salentino, Calabrese e Siciliano è la mancata riduzione della vocale finale e, ma anche la presenza di alcuni suoni invertiti (ṭṛ – ḍ). Queste isoglosse sono probabilmente da interpretarsi con la presenza di un substrato comune sostanzialmente non indoeuropeo!

Esistono come abbiamo notato dei suoni non presenti nell’italiano corrente e sono rappresentati da questi grafemi: ḍ (si pronuncia come d, ma con la lingua fra i denti e il palato, tipico esempio la parola BEDDA), sc (come ad esempio nella parola “osce” per oggi) e ṭr (si tratta di un’occusiva retroflessa sorda, cioè la T si pronuncia mettendo la lingua fra i denti e il palato come nella parola “Trenu”).

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